mercoledì, novembre 02, 2005
CON UN CLIC
"perché la city è più di quello che vediamo da fuori le pareti"
La luce, quel giorno, era già stata in molti posti nella city, e aveva avuto già la sua dose di emozioni, belle e brutte.
Quando la luce entrò nella stanza, come al solito senza alcun pudore, non aveva particolari aspettative. Quindi non si scandalizzò più di tanto per quello che illuminò: fece il suo lavoro e passò oltre, senza un brivido. Senza un pensiero.
In fondo la morte è soltanto la morte. E il lucido armadio socchiuso non era così riservato sull'argomento.
Anche la mano, ormai rigida, che si sporgeva dalla fessura tra le assi di legno, non si preoccupava delle implicazioni filosofiche della morte. Il fatto che il corpo morto fosse quello a cui lei era attaccata, beh, non cambiava la situazione. Per lei l'esistenza non era mai stata un fatto da vivere in prima persona: la morte, pensava, non sarebbe stata una situazione diversa.
No. Decisamente, la mano non era agitata dalla morte.
L'Altra cosa, invece, le dava notevole fastidio.
Parere completamente opposto, ovviamente, lo aveva la testa. Quando mai pensiero e azione si sono trovati sullo stesso piano nell'affrontare una situazione? La testa, inoltre, era ancora immersa nelle illusioni che aveva assaporato in vita: avere responsabilità, prendere decisioni, fare il capo. Potete quindi capire perché quella situazione- la morte, intendo- non le andasse particolarmente a genio; anzi, la offendesse. Morire in modo così stupido, poi…
Quella testa- decisamente carina- avrebbe sbuffato se solo la situazione lo avesse permesso: ma consapevole che la morte richiede un approccio serio si limitò a fissare con sguardo vitreo il nulla davanti a sè.
Non che lo avrebbe mai ammesso, sia ben chiaro.
Un ragno che da una vita se ne stava tra le fessure di quella stanza, felice della propria individualità, scese irritato a vedere chi aveva occupato buona parte del suo spazio vitale. Atterrò, lento e aggraziato come solo gli incubi peggiori sanno essere, tra i capelli biondi che ondeggiavano, forse alla brezza di un qualche calorifero.
Tastò con curiosità quelle strane tele che non portavano da nessuna parte, che non erano tese, non erano elastiche e, per finire, nemmeno appiccicose. Si sarebbe stupito nel sapere che fino a poco tempo prima ci sarebbero stati esseri umani pronti a dare la vita per passare una loro mano tra quei capelli d'oro.
Questione di punti di vista.
Il ragno agitò con indignazione le sue zampe anteriori, domandandosi chi fosse stato così maldestro da lasciare un lavoro a metà, poi, risalì verso la sua tela e verso il buio, certo che tutto prima o poi si risolve da solo, se si è abbastanza pazienti.
E se non si ha niente di meglio da fare che aspettare.
Più in alto una mosca, vecchia, stressata, da troppo tempo troppo pulita, stava per impazzire. Tanti odori, tutti invitanti, canticchiavano tra quelle vecchie assi. Ronzando in picchiata, non poteva credere a tanta fortuna.
Poco dopo, non ci poteva credere neanche il ragno.
Esauriti questi protagonisti, sicuramente non di alto profilo, non si poteva dire che ci fosse molta altra vita nella stanza. Le pareti erano praticamente spoglie, ma lo erano da così tanto tempo da non mostrare più il minimo pudore nel rivelare la loro nudità. E poi erano vecchie: magari avessero suscitato ancora l'interesse di qualcuno.
La carta da parati, di un azzurro quasi scandaloso sotto quintali di polvere, era disperatamente occupata ad aggrapparsi con tutte le forze che le rimanevano a quei pochi punti in cui l'intonaco e l'umidità non se l'erano già scrollata di dosso. Ne le parati, ne la carta, quindi, avevano tempo per particolari riflessioni sulla morte: qualcuno era andato? Amen, neanche loro se la passavano troppo bene. Punto e basta.
Contro una parete c'era anche un tavolo, o meglio, c'erano un mucchio di pezzi di legno, aggrappati gli uni agli altri, che si illudevano a vicenda di essere ancora un tavolo. In realtà sembravano un vecchio animale macilento e senza testa. Anche qui, niente per cui stare allegri.
Su, in alto, c'era addirittura una lampadina che pendeva dal soffitto senza troppa convinzione delle proprie doti funamboliche. Giorno dopo giorno guardava in basso e si convinceva della precarietà della vita, della crudeltà di quel pavimento troppo rigido e dell'inutilità dell'amore.
Se qualcuno di voi si sta chiedendo come una lampadina possa interrogarsi su un qualcosa come l'amore, sappiate che lei si chiede la stessa cosa degli esseri umani. Lei almeno si accende sinceramente…
Ma abbandoniamo il terreno filosofico e torniamo a quello meno colorato ma più fertile della realtà: il soffitto, decisamente non più a prova di umidità, aveva pianto tante di quelle volte sulla lampadina da riempirla, in buona parte, di un'acqua scura e stanca.
Il tutto, visto con la dovuta fantasia, sembrava una piccola parodia di una vaschetta di pesci rossi.
Senza i pesci rossi.
Comunque, se non vogliamo essere disfattisti, qualcosa di rosso, nella stanza, c'era. A modo suo cercava anche di portare colore nel grigiore di quel mondo, ma come tutti quelli che cercano di fare gli splendidi in qualcosa per cui non sono portati, falliva miseramente.
Il Rosso era una grossa macchia, simile all'ombra di un gigantesco crisantemo, che ricopriva gran parte delle ante dell'armadio. La macchia tentava di scivolare a terra, immaginandosi rugiada su un vetro, ma ad ogni passo raccoglieva polvere, sporco, ragnatele. E rallentava.
Aveva voglia di piangere, la macchia: non sarebbe mai arrivata dove voleva arrivare.
E sapeva benissimo di non essere nemmeno rugiada.
Da descrivere, nella stanza, non rimaneva che l'armadio. Immerso nella penombra.
Era decisamente fuori posto, quel colosso di legno, in quella stanza. Tutto, la dentro, era marchiato dal tempo; puzzava di vecchio, di corrotto. Di dimenticabile.
Lui, invece, era lucido quasi quanto uno specchio: la cera sembrava data due secondi prima e nemmeno il velo della polvere poteva offuscare la freschezza, la solidità di quel legno.
I ricchi, laboriosi intarsi che coprivano gran parte della sua struttura sembravano testimoniare una gloria mai spenta, impressa a fuoco su ogni centimetro del suo corpo: dalle quattro massicce zampe leonine che lo sorreggevano, alla fiera corona che lo sovrastava.
Era davvero un'opera maestosa e, vi ripeto, sembrava davvero non c'entrare niente con quella stanza.
Un osservatore sospettoso, forse, avrebbe potuto suggerire che quell'armadio, li dentro, ci fosse stato trascinato da qualcuno, recentemente, per nascondere un contenuto non proprio…ordinario.
Lo stesso osservatore, per confermare la propria ipotesi, avrebbe potuto far notare quella doppia serie di impronte, marchiate sulla polvere del pavimento. Due serie di impronte: una umana e l'altra fin troppo simile a quelle grosse zampe leonine.
Quello che però avrebbe lasciato perplesso il nostro sagace osservatore, sarebbero stati due particolari curiosi. Le impronte dell'armadio, innanzi tutto, non erano delle strisce continue come ci si sarebbe aspettati, ma erano nettamente separate tra loro come se il misterioso "traslocatore" lo avesse spostato a grandi balzi, sollevando completamente da terra i vari quintali del suo peso.
Il secondo particolare era dato dalle impronte umane: non seguivano l'armadio, anzi, sembravano cercare di ALLONTANARSI dal suo percorso.
E poi erano chiaramente impronte di scarpe con tacco. Chi si dedicherebbe a "opere di trasloco" con scarpette da sera?
L'armadio, comunque, restava indubbiamente un gran bell'oggetto.
E anche su questo, testa e mano erano d'accordo.
Quello che proprio non digerivano, non riuscivano ad accettare, era l'Altra cosa.
Quella, proprio era irritante.
La mano e la testa non riuscivano più a sopportare quel lento, ripetuto movimento dell'enorme anta con cui l'armadio stava masticando il corpo. Un lavoro lento, costante, che stava andando avanti da ore.
Ma sarebbe finito tra breve, pensarono all'unisono. Con un colpo secco, l'anta fece saltare nel suo buio anche la mano, mentre l'armadio diede l'ultimo, scricchiolante, scossone.
Infine, un'enorme "cosa" quasi carnosa, simile ad una immensa coda di anguilla, rossa in modo inequivocabile, si sporse dalle ante e le ripulì per bene, lucidandole, poi ritornò dentro.
Le ante si chiusero con un clic.
